Vanity Fair n. 49/2010

Mio padre muore (finalmente) È malato, prossimo alla fine, ma lei non prova niente, anzi crede sia «la giusta ricompensa delle mie sofferenze»

Cara Mina, quell’uomo (non riesco a chiamarlo papà) che per tutta la sua vita è stato l’amore malato che ho tardivamente riconosciuto ascoltando Bugiardo e incosciente finalmente è in punto di morte. Dopo una vita dedita all’alcol le mie preghiere, o meglio speranze, dato che non sono credente, sono state recepite da qualcuno e si stanno avverando. Ora è in un letto d’ospedale, completamente in preda alla demenza senile, e mi sembra di aver ricevuto la giusta ricompensa: le sofferenze mie e dei miei fratelli stanno avendo il giusto riconoscimento mentre Mammetta persiste nella sua ossessione lacerandosi, vedendo quell’amore malato allontanarsi. Io non provo un minimo di pietà e compassione e tutti mi stanno rimproverando perché «comunque rimane tuo padre!». Nessuno capisce che nel mio cuore non trovo niente per lui: tutti pretendono da me ancora la tolleranza e la pazienza, ma sono veramente svuotata e mi aspetto che anche tu bisserai il cazziatone, vero? Non ascolterò neanche te, ma ti voglio bene e leggerò la tua risposta, un abbraccio. Mandane uno anche a me. Kikka

Certo, Kikka. Ricambio l’abbraccio. Lo farei per chiunque stesse vivendo un dramma come il tuo e, peraltro, senza garantire condivisione per l’atteggiamento. Dalla tua lettera non è chiaro intuire quale sia il significato di «amore malato» da cui dipende la possibile interpretazione della gravità della tragedia e della pesantezza del tuo giudizio definitivo. Desiderare la morte di qualcuno, soprattutto del padre, appartiene alla categoria dei pensieri estremi che meritano ragioni almeno estreme. La religione cristiana, l’etica del rispetto, la giurisprudenza non considerano accettabili neppure queste. Non voglio farti cazziatoni moraleggianti o conformisti, ma permettimi un senso di distacco dalla tua posizione di piacere nei confronti della vendetta naturale che si abbatte sul colpevole. Non vivo l’offerta di pietà come un obbligo, ma se l’unica «colpa» di tuo padre fosse quella di essere stato un uomo falso e alcolizzato, non gli dedicherei altro che una intensa e pacata disistima. Se, e spero di sbagliarmi, «qualcosa» di più o di più raccapricciante stesse alla base del tuo odio, allora mi stupirei che soltanto un letto di ospedale fosse la giusta condanna, troppo naturale per essere sufficiente.

Tra amarezza e felicità

Ho 21 anni e una malinconia patologica e recidiva. Per ciò che personalmente vivo, rispetto ai miei ricordi e rispetto a un mondo che c’è stato e che non c’è più. Lo ritrovo nei racconti di persone che hanno vissuto epoche migliori di quella in cui sto vivendo e crescendo io. «C’è qualcosa di amaro e felice nella malinconia», dice una canzone. Ecco io mi sento così, in bilico tra amarezza e felicità, capace di esplorare grandi vette, ma anche lugubri sottosuoli. Ho sempre l’impressione che ieri era meglio di oggi, faccio tre passi e mi volto perché lì, un metro prima, forse era più bello che qua. Troverò nella vita una stabilità? Greta

La struggente sensazione che mi descrivi di solito si comincia a provare quando la giovinezza è un lontano ricordo. È un po’ la teoria del «si stava meglio quando si stava peggio». E tu sei in larghissimo anticipo, Greta. Io non soffro di questa malinconia: oggi rilevo il meraviglioso e l’orrendo esattamente come ieri, come dieci, venti, trenta anni fa. Non saprei come aiutarti. Prova a considerare che, dato il tuo atteggiamento, fra un anno penserai con nostalgia a questi giorni che ora trovi così poco interessanti. Un bacio.

Il segreto dell’anello

Le volevo chiedere come mai porta un anello al pollice. Ha qualche significato particolare? Comunque mi piace tanto! Giaena

Molti anni fa, notai che un amico portava all’anulare una specie di fede nera, di ferro. Io non amo i gioielli, ma quell’anellino, all’epoca così poco comune, mi piaciucchiava. Insomma, l’amico me lo regalò e, siccome mi andava bene solo al pollice, lì rimase finché non lo persi. Ormai mi ero talmente abituata che senza mi sentivo svestita. Allora ne comprai uno d’oro. Adesso sono due, allo stesso pollice. Ma il significato del secondo non te lo posso rivelare.

 

Generic filters
Filter by Categorie

15 Dicembre 2010

LEGGI ANCHE

Vanity Fair n. 6/2015

Ci siamo detti tutto Ci siamo detti tutto. Mi avete portato parole e storie di vita, sperando che ad accoglierle ci fosse un sentimento vagamente materno. A volte lo è stato, quasi per un senso di immedesimazione. Altre volte, se è prevalso il mio carattere tranchant,...

leggi tutto

Vanity Fair n. 5/2015

C’è ancora spazio per i sogni? Cara Mina, in questo tempo di crisi nera la venticinquesima maratona televisiva di Telethon, sulle reti Rai, conclusasi il 14 dicembre 2014, ha permesso di raccogliere 31,3 milioni. Tu che idea ti sei fatta di questa cosa? Guglielmo Dico...

leggi tutto

Vanity Fair n. 4/2015

Un presidente della Repubblica speciale Cara Mina, ogni volta che sono in macchina con il mio ragazzo e mettiamo “Acqua e sale”, cominciamo a cantarla. Ma prima lui mi ricorda: “Ok, parti tu, però io faccio Mina”. Rido come una pazza e penso a che cosa penseresti se...

leggi tutto

Vanity Fair n. 3/2015

Sono l’ultima dei sognatori Cara Mina, mentre c’erano i funerali di Pino Daniele, i ladri hanno scassinato la porta della sua casa in Toscana. Gli affari non si fermano mai. Sbigottita Facciamo finta che fossero due, tre quattro, non so, estimatori del talento puro di...

leggi tutto

Vanity Fair n. 2/2015

Ma amore non vuol dire social network Cara Mina, come stai? È guarita la tua gamba, infortunata l'anno scorso? Camminando per Milano mi è venuta un'idea. A volte in città s'incontrano ragazzi che suonano per strada o in metro, e alcuni sono davvero bravi. Suonano...

leggi tutto
error: