LA BELLA ETÀ

Liberal n. 24/1999

Cara Mina,
un anziano ospite della casa di riposo Pio Albergo Trivulzio tenta la fuga, calandosi con il classico sistema delle lenzuola annodate. Si frattura il femore e ne avrà per quaranta giorni. Niente di strano, se non per un piccolo particolare: il vecchio alla ricerca della libertà ha 104 anni. Come è possibile che a quella veneranda età si possa avere ancora voglia di cercare un proprio spazio di vita? O forse si tratta solo di una fuga dalle condizioni penose degli ospizi per anziani?
Marco G., Milano

Caro Marco,
solo chi è irrimediabilmente irretito dalle sirene del giovanilismo può stupirsi di fronte ad una notizia come questa. A quale età dovrebbe fermarsi l’amore per la propria integrità di vita, la pervicace passione per la propria indipendenza, l’attaccamento alla propria dignità?
Abbiamo costruito alcuni ospizi per anziani, li abbiamo ipocritamente ribattezzati “case di riposo”, con l’aggiunta di qualche nome vezzoso, come “Villa Fiorita”. E così la nostra buona coscienza si è collocata nella quiescente tranquillità di aver risolto un “problema sociale”. Ci siamo dimenticati, però, che le persone depositate in un ospizio non sono dei malati e neppure dei “problemi”. Sono solo uomini, donne, memorie storiche, accumuli di anni di vita che spesso si traducono in una saggezza inimmaginabile.
Quando si pensa che anche la vecchiaia possa essere una stagione creativa ed un periodo di vita ancora segnato dalla capacità di far nascere ancora da sé qualcosa di grande, si ricorre ad esempi eccezionali. Picasso dipingeva ancora a 90 anni, Jean Guitton, recentemente scomparso a 98 anni, continuava a scrivere le sue opere di filosofia qualche settimana prima di andarsene per sempre. E volendo citare dei vegliardi di non strettissima attualità, si deve necessariamente ricordare il caso di Sofocle che, alla bell’età di 90 anni, fu trascinato in giudizio per una causa di interdizione intentata da un figlio. Per difendersi Sofocle lesse davanti ai giudici alcune parti di una tragedia che aveva appena finito di scrivere, l’”Edipo a Colono”. Ma ricordando questi personaggi al di fuori della norma, è come se si volesse indicarne l’eccezionalità. E quindi sarebbe come voler sottolineare che la realtà comune è ben diversa.
E invece no. Un vecchietto gentile e affabile come Giuseppe, classe 1895, ci dice che la vita non è riducibile a schemi quantitativi. Non è misurabile in anni o stagioni. Alla inevitabile domanda sulle ragioni del suo gesto, Giuseppe ha risposto: “Perché volevo riacquistare la libertà”. Non c’è limitazione a questo bisogno profondo che costituisce uno dei massimi segni della grandezza dell`uomo. Né sbarre, né finestre troppo alte, né il rischio della propria incolumità fisica. Neppure il pensiero di dove andare a dormire lo ha potuto fermare. Il vecchio rinchiuso ha più diritto dell’ergastolano ad evadere o a tentare di evadere. Ha il diritto legale di scegliere. Giuseppe ha dato una lezione di energico attaccamento alla propria consistenza di uomo. E questo vale per tanti giovani che si arrendono di fronte ad una minima difficoltà, oppure fuggono alla ricerca di facili occasioni, quando la vita non corrisponde ai loro desideri.
Non accetto le facili ironie di chi lo immaginava già in partenza per le Bahamas, con una quantità industriale di Viagra nella valigia. Per affermare la propria libertà non occorre fuggire in presunti paradisi esotici con qualche fanciulla che potrebbe essere una pronipote. Basta solo un gesto concreto come un lenzuolo annodato o come un femore fratturato. E soprattutto un invincibile senso di dignità, che certamente Giuseppe non ha trovato espresso in un luogo, magari ben organizzato ed efficiente, ma freddo ed asettico, come può essere una casa di riposo per anziani.
Non so definire questo grande uomo con categorie prestabilite. Desidero dedicargli alcuni versi tratti dalla poesia “Dopo la fuga” che Eugenio Montale scrisse in tarda età. Con la speranza che un prossimo tentativo di “liberazione” abbia un esito più felice.
“C’erano le betulle, un’infermiera svizzera,
tre o quattro mentecatti nel cortile,
sul tavolino un album di uccelli esotici,
il telefono e qualche cioccolatino.
E c’ero anch’io, naturalmente, e altri
seccatori per darti quel conforto
che tu potevi distribuirci a josa
solo che avessimo gli occhi. Io li avevo.”

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17 Giugno 1999

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